Torniamo insieme

Moglie si inginocchiò. L’orlo del tubino le risalì le cosce di qualche centimetro. Indossava le calze nere invernali e i tacchi. Aprì il mobile sotto il lavabo. Dentro il mobile c’erano, disposte in file simmetriche, bottiglie su bottiglie di prodotti per la manutenzione della casa. Ne estrasse una. Era una confezione da mezzo litro di pulitore per cuoio. Dopo averla appoggiata sulle piastrelle, frugò ancora dentro il mobile.  Moglie prese, in ordine, un paio di guanti ancora imbustati, un barattolo di crema per superfici in pelle di cuoio, un rotolo intero di carta da cucina, un panno morbido. Chiuse il mobile. Si alzò, attenta a non far cadere nulla. Si era schiacciata le cose che aveva preso contro il ventre, aiutandosi con le braccia. Attraversò la cucina ed entrò in soggiorno. Era ampio e luminoso. Nonostante la distesa di grattacieli di vetro alti e imponenti che si poteva ammirare attraverso le vetrate, la luce lattea del cielo si rovesciava in abbondanza e si spandeva dappertutto, dalla superficie dell’acquario di pesci dal colore argenteo al tavolino in vetroresina, dall’enorme schermo del televisore al tappeto in fibre vegetali, dalla lampada col lungo stelo al divano. Moglie si fermò proprio davanti a ques’ultimo. Era un divano angolare da otto posti. Le sedute avevano la superficie convessa ed erano così larghe che si potevano stendere le gambe. Lo schienale era tondeggiante quanto le sedute, alto e largo, con un poggiatesta reclinabile in cima a ogni posto. La pelle di cuoio di cui era rivestito era bianca e lucida. Sembrava morbida al tatto. Ma la cosa che Moglie fissava era un’altra. E questa cosa riposava, srotolata in tutta la sua lunghezza, sulla seduta centrale, quella all’incrocio dei bracci. Questa cosa, Moglie faticava ancora a crederci, era un grosso escremento. Un grosso escremento dalla forma a salsiccia. Un grosso escremento scuro dalla forma a salsiccia.Quello stesso pomeriggio Moglie era rientrata in casa e, dopo essersi tolta il cappotto, era andata nel bagno della camera col letto matrimoniale, quella in cui dorme con Marito. In tutta calma si era struccata e si era spalmata una crema idratante sulla fronte e sulle guance. Poi era andata in cucina e si era fatta un caffè con la macchinetta. Aveva preso il piattino, il cucchiaino e la bustina di zucchero per berselo in salotto. Solo allora aveva notato qualcosa di strano sul divano e si era avvicinata, vedendo per la prima volta il grosso escremento scuro dalla forma a salsiccia. Doveva essere uno scherzo, aveva pensato. Probabilmente era un gioco di plastica. Aveva visto la pubblicità di quella stupidaggine. Uno tra Marito, Figlio Maggiore e Figlio Minore sarebbe sbucato fuori dal nulla e l’avrebbe presa in giro per esserci cascata. Ma nessuno era sbucato fuori. Perché non era uno scherzo. Anche la puzza lo confermava. Oltre ad essere grosso e scuro, l’escremento dava l’idea di essere compatto. Non aveva crepe sulla superficie, né striature di tonalità differenti. Era l’unica cosa su cui la luce che entrava da fuori non si rifletteva. Magari era stato qualcuno che si era intrufolato in casa per rubare o fare chissà che. Un ladro, un delinquente, aveva pensato Moglie. E questo qualcuno poteva trovarsi ancora lì, costretto a nascondersi per il ritorno imprevisto del padrone di casa. Aveva posato il caffè sul tavolino ed era corsa in cucina nonostante i tacchi. Aveva aperto un cassetto e aveva preso un coltello dalla lama lunga. Camminava con gli occhi sgranati e il coltello stretto nel palmo, pronto a essere usato. Dalla cucina allo studio di Marito, dalla zona del salotto a sinistra dell’acquario a quella del salotto a destra dell’acquario, dal bagno degli ospiti alle camere dei figli, dalla camera col letto matrimoniale al bagno dei figli, Moglie aveva controllato tutte le stanze in tutti i loro angoli. Non c’era nessuno in casa. Non c’erano neanche segni di infrazione. Così era tornata davanti al divano. Se non era stato un estraneo, doveva essere stato uno di casa, aveva pensato. Uno tra Marito, Figlio Minore, Figlio Maggiore. Questo era successo prima. Moglie poggiò sul tappeto, uno per uno, gli oggetti che aveva preso dal mobile sotto il lavabo. Strappò due fogli dal rotolo, si fasciò la mano e con accuratezza rimosse dal divano ciò che doveva rimuovere. Una volta nel bagno degli ospiti, lo lasciò cadere nella tazza per poi tirare lo sciacquone. Tornata al divano, notò che era rimasta una macchia sulla zona incriminata. Spruzzò il pulitore per cuoio. Si inginocchiò. Prese il panno morbido e iniziò a sfregare con brevi movimenti del polso. I suoi capelli, scuri e lisci, con la riga in mezzo, tagliati alle spalle, si muovevano come impazziti. La macchia non se ne andava. Provò a spruzzarne ancora e ripetere l’operazione col panno, stavolta eseguendo movimenti lenti e circolari. Ma la macchia resisteva. Moglie sgrovigliò una ciocca di capelli dalla montatura degli occhiali. Prese la confezione del detergente e ne versò una modesta quantità sulla macchia. Appallottolò dei fogli di carta da cucina e iniziò a sfregare. Dopo pochi secondi si rese conto che sì, la macchia se n’era andata, ma al suo posto c’era uno squarcio di qualche centimetro che lasciava vedere l’imbottitura. Aveva rovinato la rivestitura in pelle del divano. 

Dopo aver messo a posto, Moglie riportò in cucina il caffè freddo e il piattino del caffè. Anche la cucina, come il soggiorno, era un vasto ambiente. In fondo, addossati contro la parete, c’erano i fornelli a induzione, il lavandino, il frigorifero, il forno a microonde, il forno, sovrastati da altri mobili. Nel mezzo della stanza era collocato un monumentale tavolo in marmo bianco. Sulla sua superficie c’erano cartacce, piatti, piattini abbandonati. Qualcuno doveva aver mangiato senza mettere a posto. Passò oltre. Rovesciò il caffè nel lavello. Prese una cialda da una scatola sulla credenza e la inserì nella macchinetta. Schiacciò il pulsante. Mentre il caffè scendeva, Moglie non riusciva a contenere i pensieri. Chi era stato a fare quella cosa sul divano? Marito? Figlio Minore? Figlio Maggiore? Era imbarazzante. E irrispettoso. Qualcuno doveva essere punito per ciò che era successo. Mise la tazzina sul piattino, lo sollevò e si spostò in salotto. Si sedette su una poltrona da cui poteva osservare il buco sul divano. Sorseggiò il caffè bollente. Aveva la mandibola con gli angoli squadrati, ma gli occhi blu e la pelle pallida mitigavano la severità del suo viso dandogli un che di provocante. Il naso era piccolo e all’insù. Quando ebbe finito, posò il caffè sul tavolino. Si alzò. Si avvicinò alla borsa sul tavolo di cristallo e ci frugò dentro. Ne estrasse il cellulare. Con l’indice fece una leggera pressione sullo schermo, in particolare sull’icona del telefono. Voleva sapere chi era stato. E per saperlo avrebbe chiamato uno per uno i componenti della famiglia. Iniziò con Marito.

– Pronto amore.

– Ma ciao.

– Sono in ufficio. Dimmi.

– Volevo farti un saluto veloce.

– Ciao a te, amore.

– Come stai? Tutto bene a lavoro?

– Sì, dai, tutto bene.

– Sono contenta.

– A parte la storia del bagno. Quella è una rottura.

– La storia del bagno?

– Ma sì. Non te l’avevo detto?

– No.

– Hai presente il bagno dell’ufficio? Quello riservato ai soci?

– Sì.

– É guasto da qualche giorno. 

– Non lo potete usare?

– No, lo scarico è come impazzito. L’acqua della tazza, ogni volta che si tira lo sciacquone, esce e allaga il pavimento.

– Mi spiace.

– Speriamo che risolvano. L’idraulico non sembra un genio.

– Già. Speriamo.

– Sennò mi tocca passare sempre da casa. Ogni maledetto giorno. Dopo pranzo. Oggi sono entrato in casa per un pelo.

– In che senso?

– In quel senso.

– Ah.

– Perché?

– Scusa, fammi capire… Dovevi espletare i tuoi bisogni e sei entrato in casa appena in tempo per farlo? Oggi?

– Esattamente. Ma come parli?

– E sei andato subito in bagno, appena entrato?

– Perché me lo chiedi?

– Magari non eri riuscito ad arrivare al bagno e…

– Perché dici così? 

– Mi interesso alle tue disavventure. Sei arrivato o no in tempo in bagno?

– Vuoi anche sapere com’è andata dopo che mi sono seduto sulla tazza? 

– Non importa. Tu dimmi se è andata così.

– Ma certo che sì. Sennò l’avrei fatta in giro per casa, no?

– Esatto.

– Sei impazzita?

– Volevo farti uno scherzo, sciocchino. Non mi hai ancora capito?

– Mah.

– Hai visto Figlio Minore o Figlio Maggiore a casa?

– No, non ho visto nessuno.

– Bene. Ti lascio al tuo lavoro, amore. Ho delle cose da fare. Non posso perdere troppo tempo a scherzare.

– Sarò come dici tu. A dopo.

Moglie posò il cellulare sul tavolo e attraversò il salotto. Percorse il lungo corridoio dalle pareti chiare. Girò a sinistra, fece scorrere una porta ed entrò nella camera col letto matrimoniale. Iniziò ad abbassare la cerniera del tubino lungo la schiena. Una volta spinta fino in fondo, il vestito le cadde ai piedi, lasciandola in mutandine e reggiseno. Fece due passi di lato, senza togliersi i tacchi. Non aveva certo il fisico di quando era venticinquenne, trentenne, però non si poteva lamentare. Le forme c’erano ancora. Il sedere era tondo e invitante, senza particolari pieghe o smagliature, la pancia piatta, senza rotoli o gobbe, il seno abbondante, che stava su senza sostegno. Si slegò il reggiseno, si tolse le mutandine. Entrò in bagno. Aprì il rubinetto della vasca. L’acqua era così calda che fumava. Il bagno era sterminato, in linea con la grandezza degli altri ambienti. Aveva i sanitari sospesi in ceramica, il lavandino dalla forma di cubo concavo, uno specchio che copriva in lunghezza una parete. Le piastrelle dei muri erano, neanche a dirlo, di un colore biancastro. Si sedette sul bordo della vasca e incrociò le gambe. Attendeva che salisse il livello dell’acqua. Pensò a Marito: il bagno dell’ufficio era guasto, questo le aveva detto. Proprio quel giorno… Proprio quel giorno lui era tornato a casa per andare in bagno. Poco prima di farsela addosso. E se invece se l’era fatta addosso mentre sedeva sul divano per togliersi le scarpe, colto alla sprovvista dallo stimolo che pensava di trattenere ancora un minuto o due? Ma così l’avrebbe fatta nei pantaloni, non sul divano. E poi perché raccontarle la storia del bagno, se era lui il colpevole? Forse l’aveva fatto apposta. Una volta che la vasca si fu riempita per metà, Moglie prese un boccetta di olii e la rovesciò. Ne prese un’altra e un’altra ancora, e versò anche queste. Il bagno cominciò a profumare di posti lontani baciati dal mare e dal sole, intanto che la schiuma montava rapidamente. Moglie, dopo che la schiuma raggiunse l’orlo, chiuse il rubinetto. Si ricordò di aver lasciato il cellulare di là. Senza coprirsi con un asciugamano né calzare un paio di ciabatte, si spostò in soggiorno in punta di piedi. Il sole tramontava dietro la massa di edifici all’orizzonte. Il buio inghiottiva la città, e con essa l’appartamento. Non più grattacieli, ma montagne lampeggianti sovrastavano il salotto. Faceva più freddo di prima. Moglie recuperò il cellulare e tornò in bagno correndo. Entrò nella vasca. Scivolò completamente sott’acqua. Chiuse gli occhi per qualche istante, godendosi l’immersione. Tirò fuori la testa, fece un lungo respiro, poi si  tirò indietro i capelli e si tamponò il viso con un piccolo asciugamano. Prese il cellulare dal tappeto. Chiamò Figlio Maggiore.

– Ehi, ciao.

– Ciao. Come stai?

– Tutto bene. Tu?

– Anche io. Tutto bene.

– Dimmi. Hai bisogno di qualcosa?

– Volevo farti un saluto.

– Un saluto anche a te, allora.

– Senti, già che ci sono…

– Dimmi.

– Oggi sei tornato a casa dopo l’università?

– Sono tornato per pranzo. Perché?

– C’era un tale disordine in cucina.

– Sì, sono stato io. Scusa. Avevo una fame…

– La prossima volta sta’ più attento.

– Mi spiace.

– Eri solo?

– Sì.

– E poi per che ora sei uscito? Più o meno.

– Dopo aver mangiato. Dopo pranzo, sì.

– Hai incrociato papà?

– No. 

– Mi ha detto di essere passato da casa dopo aver pranzato.

– Magari lui ha pranzato prima o dopo di me. Possiamo aver pranzato in orari diversi.

– Probabile.

– Ma perché tutte queste domande?

– Ma niente.

– Sicura?

– Non so mai nulla di te. Mi interessavo alla tua giornata.

– Sei una mamma premurosa.

– Sono felice che lo pensi.

– Ma secondo me c’è qualcosa sotto.

– Volevo interessarmi a te. E rimproverarti per la confusione in cucina.

– Non mi piace dire le mie cose. Lo sai.

– Ma è più forte di me. Una mamma si interessa al proprio figlio.

– Sei una brava mamma.

– Grazie.

– É la verità.

– Ancora una cosa. A casa hai visto tuo fratello?

– No. Non l’ho visto. Non ho visto nessuno.

– Va bene. E adesso che stai facendo?

– Sono in biblioteca. Sto studiando.

– Sei da solo?

– Sì. Perché?

– Così.

– Ok.

– Va bene, dai. Ti lascio andare. Buono studio.

– Grazie. A dopo.

Moglie mise della musica rilassante dal proprio cellulare e lo lasciò sul pavimento, di fianco alla vasca. Chiuse gli occhi. Immerse di nuovo la testa sott’acqua. Figlio Maggiore di solito non tornava a casa per pranzare. Ma questo non significava niente, di per sé. Era più che possibile che Figlio Maggiore e Marito avessero pranzato in tempi diversi. Questione di pochi minuti, questioni di qualche ora, non importava. Figlio Maggiore, inoltre, si era dichiarato colpevole per la cucina. L’unica stranezza della telefonata erano stati i complimenti che Figlio Maggiore le aveva rivolto. Non era da lui. Moglie uscì dalla vasca. Si avvolse un asciugamano intorno ai capelli e un altro, più lungo, intorno al corpo. Lo fissò all’altezza del seno. Quando ebbe finito di  asciugarsi, indossò i pantaloni della tuta e un maglione, lasciando i capelli bagnati e sciolti. Grazie all’azione dello shampoo vegetale e del balsamo nutriente sembravano ancora più lucenti. Infilò il cellulare in tasca e andò in cucina. Doveva mettere a posto sul tavolo di marmo. Appallottolò le cartacce, facendone un’unica grande palla, e la buttò nella sacchetto della plastica. I piatti e i piattini, invece, li posò nel lavandino. Con un panno umido eliminò le briciole sulla superficie. Era tornato come nuovo. Moglie e Moglie soltanto si occupava della casa e dei suoi abitanti. Non aveva mai voluto una donna delle pulizie, né una donna di servizio che cucinasse e facesse le cose al suo posto. Non le piaceva l’idea di avere in casa qualcuno che non fosse un membro della famiglia. Faticava di più senza un aiuto, è vero, ma la cosa non le dispiaceva. Anzi, le dava energia e voglia di fare. Non era compito da poco. Non tutti sono in grado di mantenere una casa dalle dimensioni ciclopiche così pulita e splendente, sempre perfetta, pronta per essere esposta in un ipotetico museo delle case da sogno e al tempo stesso servire e riverire gli abitanti di quella casa in modo così puntuale e spontaneo da non dimenticarsi nemmeno una delle loro mille e più richieste, come faceva lei, senza mai chiedere aiuto a nessuno. Dopo aver lavato i piatti sporchi e averli disposti nelle credenza, si portò davanti al frigo. Lo aprì. Le mensole erano così colme di frutta, verdura, latte, zuppe, uova, affettati, pollo, yogurt, formaggi, pesce, sughi già aperti, dolci e molto altro che non rimaneva spazio libero. Di materiale ne aveva in abbondanza. Doveva solo concentrarsi. Passò in rassegna il contenuto del frigorifero più di una volta, dal basso verso l’alto, dall’alto verso il basso, niente, non riusciva a configurare il menù giusto per la cena di quella sera. Non aveva idee. Sentì il bisogno di tornare alle sue indagini. Doveva trovare il colpevole, prima. Prese il cellulare e chiamò Figlio Minore. Lui rispose dopo molti squilli.

– Adesso torno. Non avevo visto l’orologio 

– Perché mi dici così?

– Non sono in ritardo per cena?

– No, tranquillo.

– Ah. Bene.

– Devo ancora preparare. Sono sola.

– Allora dimmi. Che c’è?

– Volevo salutarti.

– Capisco.

– Un saluto dalla mamma.

– Anche a te… Senti, io sarei con i miei amici.

– E allora?

– Voglio stare con loro.

– Ma certo. Che state facendo?

– Niente di che.

– Immaginavo.

– Dai, ti lascio. Ci vediamo dopo.

– Un attimo. Volevo chiederti anche una cosa.

– Spara. Veloce.

– Dopo scuola sei passato da casa?

– Perché?

– Ma niente, così.

– Sì, sono passato.

– Per che ora più o meno? Se ti ricordi.

– Saranno state le quattro. Pieno pomeriggio.

– Ah.

– Perché?

– Se vuoi che facciamo veloce devi rispondere di più e chiedere di meno. Hai incontrato qualcuno a casa? Marito? Figlio Maggiore? 

– No. In casa nessuno.

– Cosa vuol dire?

– Dentro casa no, non ho visto nessuno. Però fuori di casa sì.

– Chi hai visto? E dove?

– Quando sono uscito di casa mi sono accorto di aver dimenticato gli occhiali. Così mi sono girato per tornare e ho visto mio fratello insieme a una. Attraversavano la strada. Venivano qui, credo.

– Una ragazza?

– Sì, una. Forse la sua ragazza. Non lo so.

– Loro ti hanno visto?

– No. Sono andato via senza gli occhiali. Ho immaginato che volessero stare da soli, non volevo interromperli. Tutto bene, mamma? Ci sei?

– Tutto bene.

– Adesso me lo devi dire. Perché tutte queste domande?

– Ma niente. Davvero. Niente.

– Ho messo nei guai Fratello Maggiore?

– No.

– Sicura?

– Non è mica un reato portare una ragazza in casa. E poi, non volevi fare veloce?

– Hai ragione.

– Tranquillo. Non hai messo nei guai nessuno.

– Meglio così. Ciao mamma. A dopo.

– A dopo.

Figlio Maggiore, chi l’avrebbe mai detto. Figlio Maggiore e la sua ragazza, a essere precisi. Loro due erano i colpevoli, qualunque cosa fosse successa quel pomeriggio su quel divano. Ma qual era il movente? E tutto quel caos in cucina, a rifletterci, adesso, doveva essere stato fatto da due persone, non da una. Magari dopo che avevano fumato… Moglie vestì un grembiule color crema, si lavò le mani e cominciò a prelevare dal frigo i prodotti che le servivano per posizionarli sul ripiano della cucina. Adesso, con la mente sgombra, sapeva cosa cucinare. Come antipasto avrebbe servito affettati scelti e insalata russa preparata in casa. Come primo, gnocchi ai quattro formaggi. Come secondo pollo al forno. Ma niente dolce. Il dolce sarebbe stato smascherare Figlio Maggiore davanti a tutti. Questa sarebbe stata la sua vendetta nei confronti di chi non la rispettava pur avendo sempre avuto da lei il massimo impegno. Perché chi non rispettava la casa, non rispettava lei. Accese la televisione appesa al muro per avere compagnia durante i preparativi. Una donna coi capelli cotonati rivolgeva domande a concorrenti che, se non rispondevano bene, cadevano in una voragine che si spalancava sotto i loro piedi. Se rispondevano bene invece venivano sparati in alto da un getto d’aria affinché arraffassero quante più banconote potevano dal soffitto dello studio televisivo. Il forno elettrico di Moglie era ingombro di pentole e padelle che fumavano. La cappa era accesa e aspirava il fumo in eccesso. I piedi di Moglie, sempre sulle punte, saltellavano da un punto all’altro della cucina con agilità. Era un piacere vederla muoversi. Le musiche del quiz televisivo scandivano il ritmo. Non apparecchiò in cucina, come ogni sera, ma in soggiorno. Prima stese una tovaglia bianca con un motivo a foglia sovraimpresso, anche questo bianco. Il tessuto era morbido, elastico. Sembrava costoso. Dispose le posate e i bicchieri e i tovaglioli. Le posate erano di un servizio in argento puro. I bicchieri erano così sottili e trasparenti che, se non vi si fosse riflessa la luce del lampadario, non si sarebbero neanche notati. I tovaglioli, nonostante fossero di cotone, sembravano di velluto. Accese delle candele e le piazzò al centro del tavolo. Per completare, strappò dei petali bianchi dalla pianta nell’angolo e li sparpagliò.

Tutti gradirono gli affettati e trovarono buonissima l’insalata russa. Sia Marito che Figlio Minore, affamati, non avevano chiesto perché si mangiasse in soggiorno e non in cucina, come al solito, e sembravano aver dimenticato le domande strane a cui erano stati sottoposti nel pomeriggio da Moglie. Mangiavano senza proferire parola, boccone dopo boccone. Figlio Maggiore invece mangiava meno volentieri, come se non avesse granché fame. Per il resto, era silenzioso come al solito. Forse più del solito. Anche gli gnocchi furono apprezzati. Il pollo fu addirittura un successo. In breve tempo non ne rimasero che le ossa. Quando si arrivò al dolce, Moglie richiamò l’attenzione dei commensali e disse che il dolce non c’era. Marito chiese come mai, e lei rispose che per dolce c’era qualcosa di meglio: la verità. Cosa?, chiese Figlio Minore. Sì, cosa?, aggiunse Marito. Sapete perché oggi vi ho chiesto tutte quelle cose?, disse lei, alzandosi in piedi. Figlio Maggiore stava con la testa china. Vi ho chiamato perché è successa una cosa. Qui in casa. Tutti pendevano dalle sue labbra. Moglie osservò attentamente Figlio Maggiore per un tempo che le parve interminabile, ed ebbe la sensazione che la storia dell’escremento grosso e scuro sul divano non doveva essere affrontata davanti a tutti. La vendetta, forse, non era la soluzione. Di conseguenza, deviò su un capo d’accusa secondario: disse che quel giorno Figlio Maggiore aveva fatto un grande casino in cucina e poi non aveva messo a posto. Marito e Figlio Minore guardarono Figlio Maggiore, che aveva alzato la testa, sorpreso, e poi tornarono a interrogare Moglie con gli occhi. Era questa la verità?, chiese Marito. Sì, disse lei. Ah, disse lui. Rimasero tutti in silenzio per qualche secondo. Poi Marito rimproverò senza convinzione Figlio Maggiore. Figlio Maggiore annuiva, ma con la testa era da un’altra parte. Il discorso continuò per qualche minuto. Figlio Minore, annoiato dalla piega che avevano preso gli eventi, se ne andò in camera sua. Marito cominciò a parlare di tutt’altro a Figlio Maggiore, tribunale, sanzioni, parcelle, divorzi. Dopo qualche minuto anche Figlio Maggiore se ne andò. Marito quasi non se ne accorse. Rimasero Moglie e Marito. Ma che hai oggi?, le disse lui. Niente. Ho macchiato il divano con del cioccolato e poi, provando a pulire, l’ho rovinato, rispose lei. Cose che succedono, disse lui.

Moglie e Marito, dopo aver sparecchiato, si sedettero sul divano in soggiorno per guardare un film. Verso la fine del film Marito si addormentò sul grembo di Moglie. Lei si divincolò con agilità e imboccò il corridoio. Era tutto buio. Si fermò alla prima porta sulla destra. Figlio Minore giocava a un videogioco. Indossava delle cuffie e parlava a un microfono incorporato nelle cuffie. Il televisore non era grande quanto quello del salotto, ma poco ci mancava. Solo la zona del televisore era illuminata, il resto della camera rimaneva nell’oscurità. Ogni tanto Figlio Minore imprecava ad alta voce e poi tornava a schiacciare i tasti in modo ossessivo. Moglie sorrise e proseguì. Percorse una decina di metri. Si fermò a un’altra porta chiusa, sempre sulla destra. Bussò con le nocche. Non le apriva nessuno. Bussò di nuovo. Figlio Maggiore le disse di entrare. Lei fece scorrere la porta e la richiuse. Anche suo Figlio Maggiore era al buio. Stava seduto alla scrivania e digitava velocemente sulla tastiera. Moglie gli passò dietro e raggiunse il letto dall’altra parte. Lui finì di scrivere qualcosa in una chat. Moglie si sedette accavallando le gambe. Congiunse le braccia. Lui girò la sedia con le rotelle verso di lei.

– Sai perché sono qui?

– No.

– Davvero?

– Sì.

– Prima, a cena, ho preferito risparmiarti. 

– In che senso?

– Non ho voluto levarti la maschera davanti a tutti.

– Continuo a non capire.

– Ho capito che non volevi che io ne parlassi davanti agli altri. Di ciò che è successo oggi. Ma adesso voglio sapere la verità. Non fare il finto tonto. Sennò sveglio Marito.

– Non so di cosa stai parlando, mamma.

– Ah no?

– No.

– Se non mi dici come sono andate davvero le cose, sarò costretta a coinvolgere Marito. E a quel punto lui coinvolgerà Figlio Minore. Lo conosci.

– Se non mi dici di che cosa stiamo parlando, non posso risponderti.

– Tu e quella ragazza avete fatto qualcosa al mio divano.

– Cosa? Quale ragazza?

– Vi ho visto, oggi. Quando entravate nel palazzo. Allora? Non dici niente?

– Io non so di cosa tu stia parlando.

– Se non mi dici la verità, oltre a raccontare che cos’hai fatto a Marito e Figlio Minore, cercherò e capirò chi è quella ragazza, te lo posso giurare su quello che vuoi. Mi conosci. Mantengo le promesse. Una volta scoperto il nome, chiamerò i suoi genitori. Perché loro  le chiedano se sa che cosa è successo al divano. Hai perso la lingua?

– Basta. 

– Allora dimmi che cosa è successo.

– Prometti che non chiamerai nessuno?

– Prometto.

– Rimarrà tutto tra noi?

– Sì.

– Ok.

– Che la confessione abbia inizio. Avanti.

La ragazza che era con me oggi si chiama Ragazza. L’ho conosciuta al liceo. Durante l’intervallo l’ho vista dalla finestra del corridoio e mi sono precipitato in cortile anche se non fumavo. Non so bene come, sono riuscito a parlarle e a chiederle se le andava di vedere un film al cinema con me. Lei mi ha detto di sì ed è tornata in classe. Siamo andati al cinema e siamo stati benissimo. Se vuoi capire ciò che è successo oggi, ti devo dire di Ragazza fin dal principio. Dopo il cinema siamo usciti altre volte. Andavamo a bere e ballare. Stavamo insieme, anche se non ce lo dicevamo. Fino a che lei un giorno non mi parla di te. Sì, di te, mamma. Mi dice che il giorno prima, per caso, ti ha visto in giro, e che le sei stata antipatica fin da subito. Io le chiedo che cosa glielo fa dire, dato che non ti conosce. Lei inizia a prendermi in giro. Mi dice che a me piace di più la mia mamma che lei. Io le chiedo se sta bene. Lei non mi risponde, ma in compenso mi dice che non vuole stare con uno come me. Io le dico che lei non è normale. Ha dei problemi gravi. Fa e dice cosa senza senso. Lei mi dice di tornarmene dalla mia mamma. Proprio queste parole. E mi lascia solo sulla panchina. Perché non l’ho lasciata perdere, dopo quella scenata? Perché mi piaceva. Anzi, dopo aver capito che non era normale, Ragazza, se possibile, mi piaceva ancora di più. Però lei non mi voleva. Aveva cominciato a uscire con un’altra compagnia. Io, per adeguarmi, vestivo magliette stracciate, pantaloni stretti, scarpe scomode. Mi lasciavo crescere i capelli. Avevo dei capelli orrendi, ricordi? Lei non mi degnava di uno sguardo. Sembravano interessarle solo i casi disperati, i poveracci, gli idioti, tutta gente senza un come né un perché. Quando poi si è trasferita per studiare, io sono rimasto qui. Lei, figurati, odia questa città. E odia chi ci rimane per suo volere. Quindi ha odiato anche me. Le uniche cose che sapevo di lei, una volta andata via, le sapevo grazie al suo profilo digitale. Perché sprecavo ancora del tempo su Ragazza? Non lo so. Forse sono masochista. Dal canto mio, non riuscivo a convincermi di non volerla. Non me la toglievo dalla testa. Sono arrivato a pentirmi di non essermi trasferito anche io dove stava lei. Una sera, qualche settimana fa, l’ho rincontrata dopo anni. In un locale qui in città. Ho avuto un trasalimento. Il cuore ha iniziato a pompare al massimo, il mio petto tremava. Ragazza era seduta a un tavolino con due sedie. Era da sola. Sono andato a parlarci e mi sono fermato a bere con lei. L’amico che doveva vedere le ha scritto che aveva avuto un problema e non sarebbe riuscito a raggiungerla, così ci siamo alzati e abbiamo passeggiato. Siamo stati in altri locali. Abbiamo bevuto e abbiamo parlato. Siamo andati a ballare. Ci siamo divertiti. Da allora abbiamo ripreso a scriverci. Ma veniamo a oggi. Ti dirò esattamente che cosa è successo. Non spazientirti. Ieri notte ho scritto a Ragazza se le andava di vederci stamattina. Lei mi ha detto di sì. Stamattina ci vediamo. Per pranzo non torno a casa, come ti ho raccontato, ma mangio fuori insieme a lei. Stiamo in giro per altre due o tre ore. Poi verso le quattro le dico che è probabile che da me non ci sia nessuno. Se le va, possiamo andare a casa mia. Lei ci pensa. Mi dice di sì. Non fare quella faccia. Non ti racconto niente di inopportuno. Appena entrati, andiamo in cucina e mangiamo… No, non avevamo fame perché avevamo fumato… Dopo aver finito ce la filiamo senza mettere a posto. La faccio accomodare sul divano. Mi siedo di fianco a lei. Ragazza guarda in giro per il soggiorno, soffermandosi a lungo su ogni cosa che vede. Si gira verso di me e mi ride in faccia. Mi chiede se sei stata tu, mamma, ad arredare l’appartamento. Le dico di sì, e le chiedo se le piace. Lei continua a ridere. La osservo. Mi dice che sono proprio un cocco di mamma. Le dico di non cominciare. Lei: “Vediamo se hai le palle”. Io: “Avanti”. Lei: “Vediamo se ti piaccio di più io o se ti piace di più tua madre”. Io: “Tu sei scema”. Lei: “Falla sul divano. Mettiti in piedi, accovacciati e spingi. Fai un bello stronzo sul divano e lascialo lì”. Io: “Scherzi, vero?” E lei: “Se lo fai, torniamo insieme”.

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