Lo sproloquio del fetente

Stamattina mi sono svegliato e, come ogni giorno, ho aperto la casella mail della rivista. Oltre a un paio di racconti brevi, una richiesta di informazioni e un invito alla presentazione di un libro, c’era una mail senza oggetto, inviatami da un indirizzo che ho trovato quantomeno insolito e che non scriverò per mantenere la privacy del mittente. Continua a leggere

Il silenzio

Appena entrati in casa si lasciarono cadere sul divano senza neanche togliersi lui, X, il cappotto (nero, zuppo di pioggia, lungo fino alle ginocchia), lei, Y, l’impermeabile (verde palude, lucido come se fosse ricoperto di squame, corto). I loro capelli erano fradici, i loro occhi sconvolti, i loro volti pallidi, come se avessero attraversato una foresta umida e infestata da bestie ferine uscendone indenni.

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Scenderà la notte

Si girò sulla sinistra e chiuse gli occhi. Ancora non comodo, spostò il peso sulla destra. Si impegnò a rimanere fermo, ma la maglietta gli si era piegata sotto il fianco e gli dava fastidio. Si mise supino. La sua ragazza, che gli dormiva abbracciata, si lamentò nel sonno e si distaccò da lui. Anche quella notte, come tutte le precedenti della settimana d’altronde, non riusciva a dormire. I suoi occhi, sbarrati, vagavano nelle tenebre. Continua a leggere

Torniamo insieme

Moglie si inginocchiò. L’orlo del tubino le risalì le cosce di qualche centimetro. Indossava le calze nere invernali e i tacchi. Aprì il mobile sotto il lavabo. Dentro il mobile c’erano, disposte in file simmetriche, bottiglie su bottiglie di prodotti per la manutenzione della casa. Ne estrasse una. Era una confezione da mezzo litro di pulitore per cuoio. Dopo averla appoggiata sulle piastrelle, frugò ancora dentro il mobile.  Moglie prese, in ordine, un paio di guanti ancora imbustati, un barattolo di crema per superfici in pelle di cuoio, un rotolo intero di carta da cucina, un panno morbido. Chiuse il mobile. Si alzò, attenta a non far cadere nulla. Si era schiacciata le cose che aveva preso contro il ventre, aiutandosi con le braccia. Attraversò la cucina ed entrò in soggiorno. Era ampio e luminoso. Nonostante la distesa di grattacieli di vetro alti e imponenti che si poteva ammirare attraverso le vetrate, la luce lattea del cielo si rovesciava in abbondanza e si spandeva dappertutto, dalla superficie dell’acquario di pesci dal colore argenteo al tavolino in vetroresina, dall’enorme schermo del televisore al tappeto in fibre vegetali, dalla lampada col lungo stelo al divano. Moglie si fermò proprio davanti a ques’ultimo. Era un divano angolare da otto posti. Le sedute avevano la superficie convessa ed erano così larghe che si potevano stendere le gambe. Lo schienale era tondeggiante quanto le sedute, alto e largo, con un poggiatesta reclinabile in cima a ogni posto. La pelle di cuoio di cui era rivestito era bianca e lucida. Sembrava morbida al tatto. Ma la cosa che Moglie fissava era un’altra. E questa cosa riposava, srotolata in tutta la sua lunghezza, sulla seduta centrale, quella all’incrocio dei bracci. Questa cosa, Moglie faticava ancora a crederci, era un grosso escremento. Un grosso escremento dalla forma a salsiccia. Un grosso escremento scuro dalla forma a salsiccia. Continua a leggere

Muffa

Lo studente di medicina e la ragazza attendevano seduti sulla panchina del binario. Il treno che li avrebbe riportati nella Grande Città era in ritardo. Gli altoparlanti trasmettevano sempre le stesse comunicazioni. Ce n’era una in particolare che invitava i passeggeri a rivolgersi al personale nel caso si fossero imbattuti in un bagaglio senza proprietario. Veniva ripetuta di continuo. La brezza marina era fresca sulle braccia, il sole splendeva alto nel cielo. La temperatura era ideale. In molti attendevano lungo la banchina, sparpagliati a chiazze. Il treno comparve in lontananza. Andava a grande velocità, la ragazza l’aveva subito notato. Era di colore rosso. Non emetteva alcun tipo di rumore mentre si inoltrava nella stazione, e anche la frenata fu silenziosa. La testa del treno aveva la forma della testa di un serpente. C’erano due strisce nere dove dovevano esserci gli occhi del serpente e altre due, più sottili, dove dovevano esserci le narici. Era la prima volta che ci salivano, lo studente e la ragazza. La società di trasporto delle ferrovie l’aveva inaugurato qualche giorno prima. Si trattava del modello di punta. Lo studente di medicina e la ragazza si alzarono, afferrarono i rispettivi bagagli, li trascinarono fino alla scaletta metallizzata del treno e salirono.  Continua a leggere

La prima volta

I.

Quando Emma mi scrisse che a cena ci sarebbe stato anche La-Roy, corsi in camera da letto, spalancai l’anta e mi specchiai. I jeans mi slargavano i fianchi, la camicetta mi faceva la pancia. Ero tonica solo nello specchio della palestra. Mi spogliai e gettai le cose sul parquet. Frugai nell’armadio: avrei indossato un’altra camicia, meno aderente, i pantaloni neri, i tacchi.

– Ci sei? ‒  chiese mia figlia Olivia.

– Un attimo – bofonchiai mentre infilavo i pantaloni.

– Jack mi ha scritto che sono qui sotto – Giacomo era l’altro figlio di Emma, in classe con Olivia. Continua a leggere